lunedì 27 marzo 2017

Ciò che resta del grano (Michela Zanarella)

Vincent van Gogh, "The Siesta" (after Millet), Dec. 1889 - Jan. 1890. Oil on canvas, 73 x 91 cm (Musée d'Orsay, Paris)

Planano le dita
in trame di odori
sotto palpebre di pianura.
Il faggio racconta
le mie verdi assenze,
il silenzio che sale
ad invocare
memoria che sfuma.
Sono divenuti sorsi
di cielo
il confine che tace,
l'asfalto che trema,
l'origine che origlia
ciò che resta
del grano.

(da Le parole accanto, Interno Poesia, 2017)

lunedì 20 marzo 2017

Egrette bianche (Derek Walcott)



I

Attento alla luce del tempo e a quanto spesso permetterà
alle ombre del mattino di allungarsi sul prato
alle egrette impettite di scuotere i becchi e inghiottire
quando tu, non loro, o tu e loro, sarete spariti;
ai pappagalli vociferanti di lanciare la loro flotta all’alba
all’aprile d’incendiare la violetta africana
nel mondo tambureggiante che t’inumidisce gli occhi stanchi
dietro due lenti appannate, l’alba, il tramonto,
le calme devastazioni del diabete.
Accetta tutto con frasi pacate,
con l’assegnazione scolpita che dispone ogni strofa;
impara come il prato assolato non innalza difese
contro le domande pungenti delle egrette e la risposta della notte.

II

L’eleganza di quelle egrette bianche dal becco arancione,
ognuna una brocca che incede, gli olivi fitti,
i cedri che consolano la furia di un ruscello torrenziale
nella stagione delle piogge; in quella pace
di là dai desideri e di là dai rimpianti,
alla quale infine potrò forse arrivare,
con le palme che si afflosciano al sole come portantine
con sotto ombre tigresche. Saranno lì
dopo che la mia ombra con tutti i suoi peccati
sarà entrata in una verde boscaglia di oblio,
con lo spuntare e il calare di cento soli
sopra la Valle di Santa Cruz quando amavo invano.

III

Guardo gli alberi enormi agitarsi sul bordo del prato
come un mare gonfio senza creste, i bambù scuotono il collo
come cavalli presi al lazo mentre le foglie gialle, strappate
dai rami scudiscianti, diventano una valanga;
tutto questo prima che una pioggia si riversi allarmante dal telo
zuppo, a brandelli del cielo come una vela irreparabile,
rovesciandosi in scrosci e offuscando del tutto le colline
come se l’intera valle fosse uno scafo che resiste alla burrasca
e i boschi non fossero alberi ma onde di un mare in tempesta.
Quando la luce s’incrina e il tuono geme come fosse afflitto
e tu sei al sicuro in una casa buia nell’interno di Santa
Cruz, senza luci, la corrente saltata all’improvviso,
pensi: «Chi offrirà riparo al falco tremante
e all’impeccabile egretta e all’airone color nube
e ai pappagalli in panico per il finto incendio dell’alba? ».

IV

Questi uccelli che continuano a posare per Audubon,
la Garzella nivea o l’Airone bianco in un libro
che, quand’ero ragazzo, si apriva come un prato
nella smeraldina Santa Cruz, sanno di essere belli,
perfezione che incede. Punteggiano le isole
lungo i fiumi, nelle paludi di mangrovie o nei pascoli,
planano sugli stagni, poi si equilibrano sul dorso
setoso di una giovenca, o sfuggono al disastro
durante gli uragani, e beccano le zecche
con colpetti elettrici come fosse un puro privilegio
studiarli nella loro mitica pretesa
di aver attraversato il mare in volo dall’Egitto
col faraonico ibis, le sue zampe e il becco arancioni
profilati nella quiete per adornare una cripta,
poi si lanciano con ali che, sbattendo più rapide,
sono sicure come quelle di un serafino quando sbattono.

V

L’ideale perpetuo è lo stupore.
Il prato verde e fresco, gli alberi tranquilli, la foresta
laggiù sulla collina, poi, il bianco ansito di un’egretta
che irrompe nella cornice poi atterra e si assesta
coi suoi passi impacciati fino a fermarsi, eretta,
un emblema! Un altro pensiero ti sorprende:
uno sparviero sul polso di un ramo, silenzioso, come un falcone,
schizza in cielo, volteggiando sopra l’elogio o la colpa,
con la tua stessa altera indifferenza, poi scende
in picchiata per ghermire un topo con gli artigli.
La pagina del prato e questa pagina sono un’unica cosa,
un’egretta stupisce la pagina, lo sparviero alto stride
sopra una cosa morta, un amore che era pura punizione.

VI

Per metà settimana a Natale non le avevo più viste,
le egrette, e nessuno mi diceva perché se n’erano andate,
ma ora sono tornate con la pioggia, becco arancione,
stinchi rosa e testa picchiettante, tornate sul prato
dove stavano prima sotto la pioggia chiara e illimitata
della Valle di Santa Cruz, che, quando piove, cade
ininterrotta sui cedri finché non annebbia la pianura.
Le egrette hanno il colore delle cascate
e delle nuvole. Alcuni amici, i pochi rimasti,
stanno morendo, ma le egrette incedono nella pioggia
come se nulla di mortale potesse toccarle, o prendono il volo
come angeli bruschi, si librano, poi atterrano ancora.
A volte le colline stesse scompaiono
come gli amici, lentamente, ma sono più felice
adesso che sono tornate, come i ricordi, come le preghiere.

VII

Con l’agio di una foglia che cade nella foresta,
un giallo pallido che rotea sul verde – la mia fine.
Presto verrà la stagione secca, le colline arrugginiranno,
le egrette affondano i colli ondulanti, chinandosi,
becchettando vermi e larve dopo la pioggia;
a volte erette come birilli da bowling, stanno lì
mentre strisce di ovatta si staccano dai monti,
poi quando si muovono, impacciate, muovono questa mano
con le dita allargate delle loro zampe, i colli rapidi.
Condividiamo lo stesso istinto, il vorace cibarsi
del becco della mia penna, quel raccogliere insetti
che si dimenano come nomi e ingoiarli, col pennino che legge
mentre scrive e scrolla via quello che il becco rigetta.
La selezione è ciò che insegnano le egrette
sul prato ampio e aperto, la testa che annuisce mentre leggono
in risoluto silenzio, una lingua al di là delle parole.

VIII

Eravamo accanto alla piscina di un amico a St. Croix
e Joseph e io parlavamo; fu lui che s’interruppe,
durante questa visita che speravo si godesse,
per indicare, trasalendo, non ferma o in movimento
ma fissa nel grande albero da frutta, una visione che lo scosse,
«sembra uscito da Bosch» disse. Quell’enorme uccello
era lì all’improvviso, forse lo stesso che lo prese,
un’egretta o un airone sepolcrale; la parola impronunciabile
era sempre con noi, come Eumeo, un terzo compagno,
e ciò che lo colpì, lui che amava la neve, ciò che lo fece arrestare
fu che l’uccello era di un tale biancore spettrale.
Ora quando al pomeriggio o di sera sul prato
le egrette si levano insieme in un volo silenzioso
o virano, come una regata, sull’erba verde mare,
sono anime serafiche, com’era Joseph.



(da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015,Trad. Matteo Campagnoli)


lunedì 13 marzo 2017

Prefazione (Czesław Miłosz)


Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami,
cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro,

non possiedo, lo giuro, la magia della parola,
ti parlo tacendo, come una nuvola a un albero,

ciò che fortificava me, per te era mortale,
hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,

l’afflato dell’odio per bellezza lirica,
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo, è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli,
depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci.



mercoledì 8 marzo 2017

Storia di Goccia (nanita)

Goccia vive in casa Nuvola insieme alle sorelle. Un giorno decide di affrontare il suo primo viaggio verso terra e si tuffa giù da casa Nuvola. Durante la caduta incontra Vento che le confida un segreto… Goccia atterra su uno splendido Fiore. Il freddo della notte la trasforma in ghiaccio, poi di nuovo al primo sole si scioglie e si trasforma in rugiada. La nostalgia di casa è grande e Goccia si lascia andare al sonno. Al mattino una nuova amica arriva nel bosco… Riuscirà Goccia a tornare a casa Nuvola? Un finale sorprendente unito alle illustrazioni coloratissime stupirà i bambini.


Vedi libro/acquista dal web 

La mia fiaba illustrata "Storia di Goccia" finalmente in un libro. Ve la ricordate? La prima volta l'ho pubblicata qui. Ora con le illustrazioni ad acquerello è un albo illustrato per bambini ... anche in formato  e-book.
per informazioni scrivetemi 

Libro: per bambini 
Età: dai sei anni
Autrice: n a n i t a
Editore: Librido
Genere: fiaba illustrata
Anno 2017
pp. 48
formato 15×21
13,00 euro
ISBN LIBRO    978-88-94005-00-7
ISBN E-BOOK 978-88-94905-01-4

Storia di Goccia è una fiaba che si rivolge a un pubblico di lettori dai sei anni ma è adatta ad essere letta da un adulto anche a bambini in età prescolare, le pagine sono, infatti, corredate tutte da illustrazioni colorate a tutto campo. La storia affronta con semplicità e in maniera poetica e divertente le tematiche del distacco, del viaggio, dei cambiamenti, della morte e delle trasformazioni fisiche e psichiche ma anche spirituali, con un messaggio finale positivo. Storia di Goccia si concentra sulle piccole cose per far riflettere su argomenti più grandi, porta l’attenzione sull’importanza che l’acqua riveste per tutti e offre uno spunto riflessivo sul ciclo di trasformazione dell’acqua in maniera divertente, giocosa, avventurosa e, a tratti, commovente.

lunedì 6 marzo 2017

Nei boschi dove molti fiumi scorrono (Lawrence Ferlinghetti)


fotografia Fan Ho

§

Nei boschi dove molti fiumi scorrono
tra le colline non sottomesse
e i campi della nostra infanzia
dove covoni e arcobaleni si fondono nel ricordo
anche se i nostri «campi» erano strade
rivedo ancora sorgere quelle miriadi di mattine
in cui ogni cosa vivente
proiettava la propria ombra nell’eternità
e per tutto il giorno la luce
come di primo mattino
con quelle sue ombre nette che adombravano
un paradiso
che mi ero a malapena sognato
e a malapena sapevo pensare
a quest’oggi dalla barba incolta
con i suoi corvi beffardi
che prendono il volo da alberi secchi
e gracchiano e stridono
e mettono in dubbio ogni altra
primavera e cosa

IN WOODS WHERE MANY RIVERS RUN

In woods where many rivers run
among the unbent hills
and fields of our childhood
where ricks and rainbows mix in memory
although our ‘fields’ were streets
I see again those myriad mornings rise
when every living thing
cast its shadow in eternity
and all day long the light
like early morning
with its sharp shadows shadowing
a paradise
that I had hardly dreamed of
nor hardly knew to think
of this unshaved today
with its derisive rooks
that rise above dry trees
and caw and cry
and question every other
spring and thing